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In evidenza ispirazioni bosco verticale | #uno

ispirazioni bosco verticale | #uno

Nel 1972 avevo 16 anni e non sapevo che per le strade della mia città, Milano, si aggirava un personaggio bizzarro – l’artista austriaco Friedensreich Hundertwasser – che, con in mano un albero predicava l’idea di un’architettura nuova, fondata sulla presenza di alberi nelle case, nei cortili, nelle stanze.

In mezzo alla strada, con una piccola quercia in mano, a pochi metri dal teatro alla Scala, Hundertwasser sosteneva la necessità di un’architettura biologica, basata su uno standard che regolava il rapporto tra il numero degli uomini e il numero degli alberi, in qualsiasi spazio abitato.
A quel tempo ero uno studente di liceo impegnato nei movimenti della sinistra extraparlamentare e percorrevo protestando le stesse strade di Milano – senza preoccuparmi di temi come l’ecologia e la sostenibilità ambientale ma piuttosto dei grandi problemi delle diseguaglianze sociali, del diritto allo studio, dell’“imperialismo”.
Consideravo l’ecologia e l’ambiente questioni sovrastrutturali e ininfluenti, tipiche preoccupazioni della “borghesia capitalista”. Eppure, in Italia, a Firenze, in quegli stessi anni alcuni giovani architetti e artisti ventenni e trentenni impegnati nella cultura della contestazione, il Gruppo 9999, avevano cominciato a ragionare sul rapporto tra alberi e uomini nelle città e a costruire delle visioni estreme e radicali del futuro urbano. Immagini di luoghi urbani compenetrati dalle foreste e di boschi compenetrati dall’architettura. Ma anche la loro visione, così forte e radicale e inquietante, cadde nell’indifferenza della cultura dominante nella sinistra intellettuale italiana ed europea.
Non avrei mai pensato, 40 anni dopo, di trovarmi a essere l’autore, proprio a Milano, di un’architettura che si propone di rivoluzionare il rapporto tra alberi e uomini all’interno di un centro urbano. E che ambisce a promuovere una nuova idea di città.