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stefano boeri | #abitareitalia

“Le città non sono fatte di abitazioni, ma di abitanti”, c’è scritto sul sito di DAR-casa, una delle cooperative a proprietà indivisa che hanno meglio operato nell’edilizia sociale a Milano. Dovremmo scrivercela nel pensiero questa frase.

Ogni anno ritornano sulle prime pagine dei quotidiani i titoli sullo scandalo delle occupazioni abusive delle case popolari: a Roma, a Milano in molte città italiane.
La verità è che il numero crescente di occupazioni illegali (sempre più di appartamenti lasciati per qualche ora/giorno liberi dai legittimi inquilini…il che conferma la presenza di reti della malavita organizzata in molti dei cortili delle case popolari) è solo uno dei 4 lati di una questione gigantesca.
Gli altri tre sono il numero rilevante di appartamenti vuoti; quello altissimo di famiglie regolarmente in lista di attesa che aspettano da anni; e infine il numero importante di affittuari morosi che non pagano l’affitto, togliendo così risorse importanti agli enti -come l’ALER- chiamati a gestire il patrimonio di edilizia sociale.
Non esistono soluzioni facili; e neppure immediate.
Ma resta il fatto che la questione dell’edilizia sociale non può essere affrontata solo come un problema di dislocazione, gestione e uso di appartamenti.
E’ un tema fondamentale di politiche sociali e cultura dell’abitare.
La verità è che le occupazioni, gli inquilini morosi, l’abbandono, gli sgomberi, le porte sprangate…non devono essere gestiti solo come un problema di spazi e vani: da liberare o da riassegnare.
In Italia ci sono più appartamenti che famiglie; e più vani che abitanti.
Ci sono decine di migliaia di appartamenti di Edilizia Residenziale Pubblica vuoti (e altre migliaia occupati abusivamente) e 700mila cittadini in lista di attesa; con la media attuale ci vorrebbero 1000 anni per farli entrare tutti nell’abitazione a cui hanno diritto.
In Italia ci sono decine di migliaia di persone (soprattutto giovani) che non rientrano nei parametri ERP ma non riescono ad accedere al mercato libero. E centinaia di migliaia di appartamenti e uffici privati vuoti, perché sfitti e invenduti.
Ma questi paradossi non si risolvono solo con l’efficienza di chi amministra e con la forza legittima degli sgomberi.
Non basta, da solo, un piano per gestire meglio la contabilità e le procedure di assegnazione degli ex IACP (oggi Aler); e neppure –bisogna saperlo- è sufficiente una politica di ripristino della legalità che eviti, finalmente, che la fragilità di chi occupa le case ERP annulli i diritti ad abitare dei cittadini in lista di attesa, spesso ancora più fragili.

Serve oggi in Italia un grande progetto nazionale sull’Abitare.
Che realizzi per la casa lo stesso ribaltamento di paradigma che si è fatto per il lavoro, quando l’attenzione delle politiche pubbliche si è spostata: dal posto di lavoro alla vita di chi lavora.
Quello che serve oggi è una politica per la casa che sposti l’attenzione: dagli spazi da abitare – agli abitanti e alle loro vite.  Come è dimostrato, in positivo, da quelle cooperative a proprietà indivisa che non si limitano a gestire gli affitti, ma accompagnano gli inquilini nell’uso dei servizi e li aiutano a ridurre i debiti attraverso prestazioni sostitutive, come la partecipazione a interventi di imbiancatura e ristrutturazione del patrimonio comune.
#AbitareItalia potrebbe essere un intervento coordinato –città per città- che governi i progetti di recupero e riequilibrio del patrimonio ERP, con il potenziamento dei progetti di Social Housing (che affittano al doppio dell’ERP e alle metà del mercato libero) promossi in particolare dalle Fondazioni bancarie con le politiche per reimmettere sul mercato delle abitazioni a basso costo le migliaia di appartamenti e uffici privati vuoti.
E per far questo, #AbitareItalia dovrebbe realizzare nelle grandi città e aree metropolitane delle Agenzie della Casa che affrontino con una visione integrata il problema dell’abitare.  Coinvolgendo gli enti locali, le banche e il mondo dei piccoli proprietari privati.

L’istituzione di un’Agenzia per la Casa potrebbe infatti aiutare a affrontare il tema delicatissimo e facilmente strumentalizzabile dell’edilizia sociale nelle metropoli italiane.
Un’Agenzia per la Casa, di chiara impronta pubblica, potrebbe coordinare gli enti che gestiscono il patrimonio (Regioni, Comuni, enti di Gestione) e coinvolgere nel rapporto con gli inquilini in primo luogo le Fondazioni come Cariplo che sono state protagoniste dell’introduzione in Italia del Social Housing e i soggetti competenti del terzo settore, spesso gli unici in grado di intervenire con agilità e tempestività sull’intero spettro del problema abitativo.
Agenzie per la Casa con una regia pubblica, che uniscano le politiche sulla casa a quelle sui servizi sociali e sulla cultura. Che orientino ogni intervento secondo una visione integrata dei problemi di quel territorio. E che si affidino per questi alle cooperative e i soggetti del privato sociale; i soli che sanno come intervenire nella vita degli inquilini delle abitazioni popolari; come sostenerli nell’accesso ai servizi di quartiere (asili, centri anziani, ma anche biblioteche di condominio…) e nella ricerca di un lavoro; come accompagnarne le scelte di mobilità; come aiutarli ad uscire dalla morosità o dall’illegalità.
Un’Agenzia per la Casa potrebbe accompagnare un graduale e necessario intervento di sgombero e restituzione/offerta ai legittimi affittuari degli appartamenti occupati abusivamente, con la ricerca di soluzioni temporanee (come una volta erano le Case Albergo) per le famiglie realmente bisognose e in difficoltà.
Un’Agenzia per la Casa potrebbe inoltre affrontare il grande tema delle migliaia di appartamenti di proprietà privata sfitti e invenduti, creando forme di intermediazione tra i piccoli proprietari spaventati della morosità degli inquilini e la domanda di case che viene da cittadini che non rientrano nei requisiti dell’Edilizia Sociale e tuttavia non riescono ad accedere al mercato dell’edilizia libera.
Un’Agenzia per la Casa potrebbe coordinare la richiesta e la gestione delle risorse pubbliche  e private (come quelle provenienti dalla Cassa Depositi e Prestiti) per la ristrutturazione e il rinnovo del patrimonio esistente.  E trovare possibili sinergie e compensazioni attraverso forme legali e coordinate di uso temporaneo degli appartamenti non utilizzati.
E soprattutto ci aiuterebbe a capire che la questione della Casa, insieme a quella del Lavoro è la prima, grande questione sociale e politica nel nostro Paese.  Che non riguarda solo i cittadini immigrati, ma tutte le famiglie che abitano, in condizioni di povertà crescente, le città italiane.
Le città non sono fatte di abitazioni, ma di abitanti.

Stefano Boeri