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In evidenza #FLORENCECALLING | LA CHIAMATA DI FIRENZE ALLE ARTI

#FLORENCECALLING | LA CHIAMATA DI FIRENZE ALLE ARTI

7 settembre 2017

E’ online #Florencecalling, ovvero “la chiamata di Firenze alle arti” promossa dal Comune di Firenze accogliendo l’idea lanciata dall’architetto Stefano Boeri per coinvolgere la creatività nella progettazione di dispositivi di sicurezza innovativi per gli spazi pubblici, che ospitino alberi e piante e siano arredi urbani fruibili per i cittadini.
Pubblicato sulla rete civica del Comune di Firenze al link http://www.comune.fi.it/materiali/bandi/avvisi_2017/20170907_Chiamata_alle_arti_ITA.pdf , #Florencecalling è una consultazione internazionale di idee rivolta ad aziende, scuole, progettisti, creativi e studi professionali, per la realizzazione di una nuova generazione di sistemi di difesa passiva a protezione degli obiettivi sensibili, per migliorare la qualità estetica e sociale della città.
Il messaggio che Firenze, capitale dell’umanesimo, lancia ai creativi e alle città di tutto il mondo è di non accettare il ricatto del terrorismo – commenta BoeriÈ l’invito a trasformare la necessità di proteggerci da chi minaccia la morte, nell’opportunità di inventare nuove architetture generatrici di vita, per lo spazio pubblico delle nostre città“.
Le proposte verranno accolte e considerate da una commissione presieduta dal sindaco Dario Nardella e dall’architetto Stefano Boeri, con la presenza dei rappresentanti delle istituzioni che hanno collaborato alla stesura della chiamata.

Qui alcune riflessioni di Stefano Boeri sul dibattito aperto a livello internazionale in tema di terrorismo e spazio pubblico:

Vedo avanzare, nei social, una confusione pericolosa tra la fenomenologia del terrorismo integralista e i paradigmi del conflitto urbano (per come sono stati definiti, ad esempio, da Henry Lefebvre).
La mia opinione è che si tratti di due fenomeni sostanzialmente indipendenti.
Come altri, sono convinto che l’adesione al simulacro fortemente identitario del Califfato sia questione che riguarda in primis la fame di una forte identità da parte di giovani nati in Europa da genitori immigrati (e in qualche modo integrati), che non si riconoscono né nelle tradizioni “secolarizzate” trasmesse dalla famiglia, né in quella cultura di generico multiculturalismo occidentale che hanno respirato -a volte- a scuola (mi pare interessante a questo proposito quanto scritto da Oliver Roy (https://www.internazionale.it/…/2…/11/27/islam-giovani-jihad).
L’adesione di un gruppo statisticamente irrilevante di giovanissimi europei alla follia omicida/suicida e insieme contemporanea e tragicamente galvanizzante del terrorismo di matrice ISIS, nulla o quasi ha a che vedere con questioni di conflitto sociale urbano.  Molti di questi ragazzi, l’ho scritto più volte, provengono da quartieri piccolo borghesi, da abitazioni più che dignitose, da scuole, corsi sportivi, esperienze aggreganti che non hanno nulla a che a vedere con le Banlieux parigini o gli Slum londinesi generatrici, alcuni anni fa, delle più recenti accelerazioni di rivolta urbana (torniamo a vedere “La Haine” di Mathieu Kassovitz).

Il tema NON è il conflitto generato dalla condizione urbana contemporanea, ma semmai – estremizzando – proprio la sua assenza. L’assenza di momenti e luoghi di confronto e scambio, anche duro e conflittuale, con altre identità culturali e sociali.
La questione, a mio parere, non è legata al conflitto generato da una condizione di perifericita’, ma semmai l’assenza di conflitto e interazione tra culture differenti generata da situazioni di omologazione e segregazione urbana. Da quelle situazioni di “anticittà” dove le comunità insediate, proprio perché composte dalla concentrazione/segregazione di individui e famiglie e gruppi sociali simili nelle tradizioni e nella cultura, perdono qualsiasi possibilità di arricchire la propria identità grazie allo scambio con altre identità e alla possibile empatia di guardarsi con gli occhi degli altri. Situazioni di anticittà che troviamo in centro, in periferia, nei quartieri di villette, ovunque venga a mancare quel tipo di capitale sociale che il sociologo americano Putnam chiama “ponte” che deve sempre bilanciare il capitale sociale “di legame”; che, se resta solo, genera cattività, asfissia e dunque anche reazioni individuali e estreme.
E, se questo è il contesto, non c’è alcun dubbio che le accelerazioni omicide abbiano un’origine nell’adesione individuale e condivisa tra fratelli o cugini – spesso grazie al Web – a un simulacro identitario fortissimo che (illudendoli) promette la fuoriuscita dal binomio “tradizioni indebolite” e “multiculturalismo di forma”. Tema difficilissimo e cruciale a cui, credo profondamente, potremmo dare una risposta solo ripensando il nostro sistema scolastico. Ma questa è un’altra storia…

Se il conflitto sociale urbano c’entra assai poco, c’entra moltissimo invece, sul lato spaziale della fenomenologia degli attentati, la questione dello spazio pubblico.
Hai ragione a ricordare come la sequenza di attentati abbia avuto come denominatore una serie di luoghi collettivi vitali e meticci, particolarmente rappresentativi della natura profonda dello spazio pubblico contemporaneo occidentale.
Da tempo sostengo, sull’onda di riflessioni fondamentali come quelle di Bernardo Secchi, che la “generosità” delle piazze, dei viali, degli slarghi delle città europee consiste proprio nella loro sostanziale indeterminatezza.
Arrivo a dire che il carattere distintivo dello spazio pubblico contemporaneo è la sua imprevedibilità: tutto, proprio tutto vi può accadere (Giovanni La Varra ha sostenuto che se in uno spazio puoi giocare improvvisamente a calcetto, allora, solo allora, è davvero pubblico).
In una recente discussione con Richard Sennet, abbiamo provato a riflettere anche su un altro aspetto fondamentale, quello della “complicità”. In altre parole, si tratta dell’apertura semantica che uno spazio spazialmente definito nei suoi confini lascia alla libera interpretazione di chi lo abita.
Uno spazio è pubblico se può essere “completato” nel suo significato dalle proiezioni e dalle domande di senso di chi lo abita. Completato anche dal conflitto. Dall’appropriazione improvvisa e spontanea da parte di gruppi e minoranze.
Lo spazio pubblico europeo, dotato spesso di un codice urbanistico e architettonico fortissimi, è dunque “aperto” – al punto da poter essere completato – nel suo codice funzionale e semantico.
Questa è la sua miracolosa e preziosissima cifra. Questi sono i valori da rivendicare, proteggere, reinventare. Non a caso proprio quei valori di pluralità e apertura, per di più incarnati nello spazio e dunque implacabilmente rilanciati nel tempo della nostra vita quotidiana, che una visione integralista non può che sentire come diabolicamente nemici di una unica, univoca, autoproclamata UR-identà.

Se dunque gli attentati di Barcellona, Berlino, Nizza non hanno nulla a che vedere con il conflitto sociale urbano (che anzi usa le piazze per esprimersi e manifestarsi), hanno invece molto a che vedere con le qualità del nostro spazio pubblico. Messe a rischio da un gruppo numericamente (per nostra fortuna) limitato di terroristi.
“Che fare”: dunque?
Moltissimo sul piano delle politiche pubbliche nei quartieri, delle politiche per realizzare davvero delle scuole aperte (alle diversità generazionali, sociali, culturali, di fede), sulle politiche culturali che scardinino ogni forma di segregazione e omologazione.
Come architetto/urbanista mi sono, più modestamente, chiesto se la soluzione di riempire decine di migliaia di spazi pubblici di centinaia di città europee di Jersey e Pilomat e barriere sia la risposta più idonea al pericolo e alla fame di odio di piccoli gruppetti di terroristi che, ne siamo tutti convinti, voglio proprio costringerci a rinunciare ad abitare, con il nostro corpo e le nostre emozioni, quei valori di apertura e imprevedibilità che caratterizzano gli spazi pubblici europei.
Costringerci a trasformare questi luoghi in declinazioni di check-point militari, specializzarli entro il codice dell’ansia e della sicurezza, della difesa, toglier loro quella imprevedibile apertura alla vita che li rende così indispensabili. Quello a cui i terroristi, più o meno esplicitamente, aspirano.
Sappiamo che statisticamente il rischio, distribuito su migliaia di spazi, è limitatissimo. Ma sappiamo anche che è proprio questa la “posta” del terrorismo. Azioni solitarie e improvvise che obbligano a cambiare qualità della vita a milioni di persone.
Dunque, senza mettere in discussione la necessità urgente di mettere in sicurezza i nostri spazi pubblici da un rischio statisticamente irrilevante ma oggettivo e spaventoso, ho provato a pensare che la risposta più efficace fosse proprio quella di fare di necessità, virtù.
Che invece che militarizzare le nostre piazze potessimo immaginarci di renderle ancora più interessanti, ricche, varie, meticce e, perché no, verdi.
Che così risponderemmo ai terroristi evitando di cadere nella loro trappola.
Da qui la proposta di lanciare una campagna di ridisegno degli arredi e dei servizi delle piazze e spazi pubblici delle città europee che trasformi i “dispositivi di sicurezza passiva” in “dispositivi di socialità attiva”; naturalmente a parità di garanzie di sicurezza.
Rilanciando quella grande campagna per la forestazione urbana (l’aumento esponenziale degli alberi nelle città) che molte città europee stanno già promuovendo e che costituisce a mio parere una delle grandi sfide – quella ambientale – dei prossimi anni.
Ma non solo: si tratta di raccogliere idee e spunti per integrare il concetto di “dissuasione” dall’ingresso di mezzi ad alta velocità, con il concetto di “generazione” della qualità della sosta e dell’attraversamento di in uno spazio aperto e mirabile come quello delle nostre piazze. Inventare dissuasori che siano anche contenitori di alberi, rastrelliere, dispositivi mobili per il gioco e lo sport, panchine, boe informatiche, chioschi, isole di disconnessione, ecc…
Firenze (bello che questa idea nasca nella capitale dell’Umanesimo) nei prossimi giorni lancerà il bando di una consultazione internazionale per trasformare i sistemi di difesa passiva in dispositivi urbani utili, i cui risultati saranno a disposizione di tutte le città del mondo. Mi piacerebbe fossimo in molti a partecipare.

Stefano Boeri