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broken nature – XXII triennale internazionale | il discorso di apertura di stefano boeri

Milano, 28 febbraio 2019.

Stefano Boeri, Presidente della Fondazione La Triennale di Milano, presenta la XXII Esposizione Internazionale “Broken Nature. Design Takes on Human Survival” pronunciando questo discorso durante la cerimonia ufficiale di apertura alla presenza del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, del Segretario Generale del Bureau International des Expositions Vicente Gonzales Los Certales,  del Ministro dei Beni e delle Attività Culturali Alberto Bonisoli, del Governatore della Regione Lombardia Attilio Fontana, del Sindaco di Milano Giuseppe Sala, dei Ministri, Ambasciatori, Autorità, Curatori dei Padiglioni Internazionali, pronunciando questo discorso:

Nei decenni passati, a partire dal 1923, Le Esposizioni Internazionali della Triennale di Milano hanno coinvolto designer, architetti, artisti, scienziati da tutto il mondo, chiedendo loro di suggerire soluzioni e idee per risolvere le grandi questioni della contemporaneità. E’ stato così nel 1947 con la Triennale sulla Ricostruzione, nel 1951 quando il tema fu la standardizzazione e la produzione in serie, nel 1988 con la riflessione sul Futuro delle Città e nel 1992 (ventisette anni fa), anno del primo Summit della Terra di Rio de Janeiro, quando per sei mesi il mondo si riunì a Milano per parlare –con una scelta coraggiosa e anticipatoria- della sfida ambientale.

Inauguriamo oggi insieme la XXII Esposizione Internazionale della Triennale di Milano che grazie allo stimolo e alla curiosità di Paola Antonelli e del suo team di ricercatori, grazie alle riflessioni di Stefano Mancuso, grazie a progettisti provenienti da 70 Paesi del mondo e alla presenza di 22 Padiglioni nazionali- si interroga su una questione di primaria importanza per il futuro dell’umanità: l’urgenza di ricostituire oggi un equilibrio tra la nostra specie e le altre specie viventi, tra la dimensione antropica e quella animale e vegetale, tra la Natura e le Città. 

Le città, come sappiamo, sono la principale manifestazione, sulla superficie del pianeta, della vita della nostra specie. 

Sappiamo anche, grazie a ricerche e studi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che gli ambienti urbani nel 2030 ospiteranno circa il 60% della popolazione globale del pianeta e che la loro espansione nei prossimi decenni continuerà in modo incessante, soprattutto nel continente asiatico e in quello africano. 

Anche se, in termini puramente geografici, le città non occupano più del 3% della superficie delle terre emerse del pianeta –  in termini di impatto ambientale il loro ruolo è enorme.  Le città consumano infatti il 75% delle risorse naturali del pianeta e sono responsabili dell’emissione di oltre il 70% dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera, a sua volta principale causa – come sappiamo – del surriscaldamento del pianeta, del conseguente scioglimento dei ghiacciai e  degli effetti disastrosi che inondazioni, tifoni e perturbazioni metereologiche hanno sulle città stesse. 

La crescita continua degli agglomerati urbani collegata all’industrializzazione e al consumo di fonti fossili è, dalla metà del XIX secolo, la causa prima della grande accelerazione che sta sconvolgendo il clima del nostro pianeta.

Meno noto è il ruolo di riequilibrio che le foreste, i boschi, gli oceani e i mari del nostro pianeta svolgono a protezione della vita. Foreste e oceani assorbono da soli il calore e circa il 60% della CO2 presente nell’atmosfera terrestre. Proprio quelle foreste che ogni anno l’estensione delle città e dell’habitat umano riduce e mette a rischio. Proprio quegli oceani che ogni anno di più diventano il deposito delle plastiche e dei nostri rifiuti inquinanti e non biodegradabili.

Proprio loro, le foreste e gli oceani, rappresentano infatti la prima grande risorsa per aiutarci a fermare, o quantomeno a rallentare, il progressivo riscaldamento del pianeta e le sue conseguenze nefaste, a partire dalle catastrofi naturali, dalla progressiva desertificazione di parti del pianeta e dalle inarrestabili e forzate migrazioni di popoli che essa determinerà, fino ad arrivare ai rischi effettivi di estinzione della nostra specie.

In una fase della nostra storia in cui i tempi lunghissimi di evoluzione del Pianeta Terra sembrano improvvisamente coincidere ed interagire con i ritmi velocissimi della vita umana e delle nostre scelte quotidiane, La Triennale chiama oggi la cultura internazionale del progetto a trovare soluzioni pratiche, efficaci, pragmatiche per rallentare il cambiamento climatico.

L’invito della XXII Triennale di Milano a riflettere su come si possa restituire alla sfera naturale quanto in questi secoli, e in particolare negli ultimi decenni, le è stato sottratto, va dunque inteso non solo come un progetto di compensazione nel rapporto tra Uomo e Natura ma anche come l’invito a ripensare la Natura non come una sfera vitale opposta e diversa da quella che la specie umana ha progressivamente colonizzato e compromesso, ma come parte integrante della nostra vita e del futuro dell’umanità, come ha indicato con forza l’Enciclica “Laudato Si” di Papa Francesco. 

Per questo il messaggio che questa 22esima edizione della Triennale internazionale, rivolge a tutti noi, è duplice.

In primo luogo, come anticipato a novembre 2018 nella dichiarazione congiunta dei 16 capi di Stato e di governo europei, sottoscritta e promossa da Lei, Presidente Mattarella, le idee e i progetti ospitati in queste sale ci ricordano che la ricerca di un nuovo rapporto tra uomo e natura e la lotta al cambiamento climatico richiedono oggi una nuova dimensione, una dimensione planetaria, della  geopolitica.

Abbiamo bisogno di una geopolitica che coinvolga gli Stati, i Governi nazionali e regionali, le municipalità urbane e metropolitane, le grandi imprese della rivoluzione digitale e le aziende multinazionali dell’energia, gli stakeholders privati e i centri finanziari di tutto il mondo in una straordinaria sfida per la sopravvivenza della specie umana. Una sfida che aiuti superare le differenze e le idiosincrasie che ancora oggi contraddistinguono la politica internazionale dei governi, che aiuti  capire che ogni scelta autoreferenziale, ogni ispirazione sovranista indebolisce e rallenta il fronte di una campagna globale per rallentare e invertire il cambiamento climatico.

Creare ponti di conoscenza e sperimentazione, condividere azioni e politiche rigenerative, fare comunità delle esperienze e dei progetti, superare i muri e i confini, sia di tipo nazionale, che di tipo disciplinare, è infatti l’unico modo per affrontare una sfida decisiva per il futuro dell’umanità.  

In secondo luogo, le installazioni e i progetti contenuti in questa Esposizione sono un invito preciso e puntuale a tutti noi; un invito a ripensare il nostro stile di vita, i nostri costumi, le nostre scelte quotidiane. 

Cambiare lo stile di vita di miliardi di essere umani non potrà mai essere il risultato di politiche nazionali autoctone, autoritarie, imposte dall’alto. Per questa ragione, in una fase storica in cui nella geopolitica internazionale prevale l’istinto alla chiusura e all’isolamento, le istituzioni culturali di tutto il mondo assumono un ruolo cruciale, nel fare rete e diffondere –oltre in confini nazionali e le barriere protezionistiche- una cultura ambientale olistica e transdisciplinare, che trasmetta a tutti gli abitanti del pianeta il messaggio potente e insieme pragmatico di un grande progetto di rigenerazione dei nostro stili di vita.

La verità è che oggi non possiamo eludere nessuna delle soluzioni che, in modo più o meno diretto, hanno effetti positivi nel contrastare lo squilibrio tra Uomo e Natura: una diversa dieta che contribuisca alla riduzione degli allevamenti intensivi, un uso quotidiano e costante nelle nostre case delle energie rinnovabili, una riduzione dei consumi di energia fossile per la nostra mobilità quotidiana, l’abitudine a riusare e riciclare materiali e prodotti che altrimenti diventerebbero scarti e rifiuti, una estesa convivenza –sia negli spazi domestici che in quelli urbani- con le piante e gli alberi in modo da favorire i progetti di forestazione urbana nelle città del pianeta e -prima di tutto- la presenza nelle scuole di tutto il mondo di corsi e laboratori sul cambiamento climatico che permettano alle generazioni più giovani –le vere protagoniste di una sfida da vincere, le potenziali vittime di una sfida persa- di condividere un sapere progettuale, scientifico e creativo aggiornato e capace di incidere sulla realtà.

Si tratta di scelte spesso locali, a volte individuali, che aprono però il campo a nuove forme di comunità, di cooperazione, di collaborazione creativa; energie non solo culturali ma anche di potente sviluppo economico e produttivo, in grado tra l’altro, anche di riscattare dalla povertà proprio le popolazioni del pianeta più soggette alle conseguenze disastrose del cambiamento climatico.

Il messaggio più forte di questa XII Triennale è dunque e soprattutto un messaggio positivo, come è giusto provenga da un’istituzione che chiama le culture del progetto a immaginare il futuro del mondo.

Oltre alla denuncia degli enormi rischi a cui andiamo incontro come specie vivente, la XXII Triennale ci racconta infatti ci come la sfida ambientale porti con sé anche la consapevolezza che il mondo che potremo costruire potrà essere migliore, più equo, più bello e aiutarci ad abitare il pianeta rigenerando la vita e gli spazi abitati dalle nostre comunità viventi in tutte le parti del pianeta Terra.

Grazie per la Vostra attenzione