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In evidenza living | stefano boeri progetta la città marziana

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stefano boeri progetta la città marziana

Gennaio – Febbraio 2018

Quali saranno le sfide dell’architettura?

Sono due le questioni di cui dovrà occuparsi: la povertà, che minaccia più del 30%  della popolazione mondiale, e il cambiamento climatico, ormai vicino a un punto irreversibile. In entrambi i casi, l’architettura può essere lo strumento per realizzare una diversa politica di sviluppo, che aiuti a superare le diseguaglianze sociali e a riforestare le città. Aumentare i parchi, i giardini, creare facciate alberate, sono temi che mi sono molto cari, e che discuteremo il prossimo novembre, a Mantova, nel primo forum mondiale sulla forestazione urbana promosso dalla FAO.

Come cambieranno le nostre case?
Non saranno molto diverse da quelle di oggi, dieci anni non sono poi molti. Di fronte ad alcuni fenomeni in crescita, come quello della famiglia “ricostituita”, allargata o multi-nucleo, dovremo rendere più flessibili i nostri ambienti abitativi. E mentre da un lato la camera da letto diventa una sorta di monolocale complesso, pieno di attività e di funzioni, dalla socialità al lavoro, il fulcro condiviso sarà sempre più lo spazio del cibo.

Che ruolo avrà la tecnologia nel futuro delle città?
Potrebbe fare molto soprattutto per i trasporti, ricucendo il divario tra spostamenti pubblici e privati. Pensiamo alle auto elettriche oppure alle vetture a comando che vengono a prenderci sotto casa. Saranno mezzi adattabili alla nostra personalità: cambiano colore, cambiano forma e poi, una volta lasciati, tornano a essere neutri. Sarà questa la rivoluzione dei prossimi anni.

Com’è la sua città ideale?
È fatta di intensità: vivacità di scambi culturali e di relazioni entro una grande densità di volumi e spazi aperti. Se la densità diminuisce o se gli stili di vita sono troppo omologati, si perde quel carattere di imprevedibilità che caratterizza le realtà urbane, e subentra l’anti-città.

L’architettura può prescindere dalla storia?
L’architettura è radicata nel presente e il presente è costruito sulla storia, non c’è dubbio. Ma è vero che gli edifici più interessanti sono quelli che creano una discontinuità con l’esistente. Oltre a introdurre elementi di innovazione, queste ‘rotture’ migliorano la qualità della città, come è successo con la Torre Velasca che negli Anni 50 ha cambiato in meglio lo skyline di Milano.

Tra i suoi progetti quale meglio racconta il futuro?
In Cina, dove dirigo il dipartimento Future City Lab della Tongji University, stiamo immaginando una presenza di Shanghai su Marte attraverso l’installazione di città-foresta che producono ossigeno e quindi vita. L’ipotesi è per il 2117, neppure così lontana. Più vicini sono i tetti verdi di Parigi, il Bosco Verticale social housing di Eindhoven, il Bosco Orbitale di Tirana, e il Fiume Verde di Milano che recupera le acque del sottosuolo per la geotermia.

Ci consiglia un posto da tenere d’occhio per il 2030?
Guardo a Roma con attenzione: ha storia, natura, energie portentose e il senso di che cosa significhi essere una città cosmopolita. Oggi è in difficoltà, ma non serve molto per farla tornare una grande capitale del mondo.

È ottimista per il futuro?
Mi sto occupando del 2117, non posso che essere ottimista. L’architettura deve anticipare il futuro migliore, questo è il suo scopo. Deve raccogliere le sfide, valutarne i rischi ma non smettere mai di progettare spazi di vita più adatti.