Notes on the project for La MaddalenaRiflessioni sul G8 alla Maddalena

March 15, 2010

by Stefano Boeri

Over the last few weeks the whole of the last twenty months has constantly been present in my mind. I have ordered and re-ordered memories, places, facts and the way that relationships and alliances developed over time. This obsessive ‘looking-back’ has helped me to with more clarity what happened around me, and around us, and to our La Maddalena project. di Stefano Boeri
Nelle ultime settimane mi è capitato di ripensare di continuo agli ultimi 20 mesi. Ho ordinato e riordinato ricordi, luoghi, fatti, relazioni. Una scavo ossessivo che mi ha aiutato a capire meglio quello che è successo attorno a me, attorno a noi, attorno alla vicenda del nostro progetto per La Maddalena.Non è facile usare l’introspezione per costruire un discorso che ambisce a una qualche generalizzazione. Sono due cose diversissime. Ma questa volta, ancor più delle altre, questo sforzo di esternazione è necessario. E forse anche un po’ utile. Ecco dunque alcuni spunti tra la cronaca, il ricordo e la riflessione sulla professione dell’architettura.

1. Testimone
Credo, insieme a Guido Bertolaso, di essere stato l’unico a seguire l’intera vicenda del progetto di La Maddalena. A registrare, nel mio studio prima e in cantiere poi, i riflessi delle continue evoluzioni politiche e giuridiche che cambiavano in corsa le regole del gioco. C’ero ai primi incontri con Soru e Bertolaso (gennaio 08); quelli a Roma e quelli a La Maddalena con i cittadini e il loro Sindaco. C’ero quando (marzo 08) è arrivata l’Unità di Missione di Balducci; quando Prodi è caduto; quando Berlusconi (nel luglio 08) e Napolitano (agosto) sono venuti a visitare il sito; quando Berlusconi, a lavori ormai in corso, ha cominciato a suggerire altre sedi per il summit; quando Soru (dicembre 08), con nostra grande preoccupazione, si è dimesso da Presidente della Regione. Quando Letta, Bertolaso e Berlusconi, pochi giorni prima di spostare il G8 all’Aquila (il 21 aprile 09) sono venuti a perlustrare, con un sorriso convinto e rassicurante, i cantieri in fase di ultimazione. E c’ero subito dopo, nei momenti del massimo sconforto, con il panico di non essere pagati e la paura che le imprese mollassero, che il cantiere di trasformasse in un immenso eco-mostro, con la rabbia e la vergogna dei maddalenini che non avevano votato Soru. E infine c’ero nei mesi finali, con Bertolaso che tornava sull’isola, con il suo indiscutibile e vittorioso sforzo per portare la Luis Vuitton Cup di vela nell’ex Arsenale (settembre 09); con le denunce di Repubblica sul degrado (inesistente) degli edifici (febbraio 10); con lo scoppio dell’indagine e gli arresti dei nostri committenti.

Nei giorni dopo lo spostamento del G8 a l’Aquila, visitando nell’ex Arsenale di La Maddalena un cantiere finito in tempi miracolosi e pensando ai soldi pubblici spesi per realizzare le opere, mi sono chiesto quali fossero le ragioni vere di una scelta così assurda.
Uno spreco ingiustificabile di risorse.
A Maddalena non c’era ostentazione di lusso che potesse offendere un Paese colpito dalla calamità del terremoto. E a l’Aquila non c’era necessità di un piedistallo planetario che distraesse dalle tragedie della vita quotidiana. Ho cominciato in quei giorni a chiedermi se c’era una regia dietro le ragioni, nobili e meno nobili, che sono state complici di una scelta che ha subito, troppo presto, convinto tutti.

2. Consulente
Se penso a come ho lavorato dal dicembre ‘07 ad oggi mi vengono in mente due periodi.
Nel primo, ho operato come consulente di Renato Soru e Guido Bertolaso per decidere gli assetti urbanistici del G8 a La Maddalena. Il tema era quello di trasformare un evento breve, potente e inutile (il G8) in una situazione stabile e utile per la Sardegna e il territorio dell’arcipelago: la creazione al posto di un ex arsenale militare dismesso e inquinato di un grande polo nautico polivalente, capace di ospitare insieme cantieri, spazi per convegni, scuole di vela, un albergo, aree commerciali e espositive. Con fondali eccezionali e in uno dei posti più belli del mondo.
Ma prima c’era da costruire in pochi mesi la sede del G8, con i suoi requisiti di sicurezza e i suoi protocolli diplomatici.
Per questo abbiamo immaginato che ogni edificio dovesse avere una specie di doppia vita: prima tre giorni “furiosi” di allestimento che, come un vestito da festa, lo addobbassero per il grande evento geopolitico e subito dopo, spariti i vestiti, ecco un’architettura solida, fuori dai riflettori, destinata a durare e dotata di una funzionalità precisa.

Le opere di La Maddalena, come tutte le architetture costruite, sono fatte anche dalle idiosincrasie e dalle contraddizioni che hanno accompagnato la loro ideazione.  Non c’è dubbio che le nostre architetture riflettano uno sforzo esacerbato, teso ad evitare i clichè della geopolitica: uno sforzo per essere anti-celebrative, per immaginare spazi essenziali, per cercare una monumentalità non muscolare, ispirata alla percezione del paesaggio dell’arcipelago invece che ai cerimoniali del G8. Ciò che abbiamo voluto fare è stato così estremo, da denunciare la forza di ciò che non volevamo fare: le architetture sono fatte anche da quello che vogliamo evitare che diventino. Non si scappa dal nemico.

3. Progettista
Nel secondo periodo, iniziato nel luglio 08, il lavoro è cambiato, così come le sue condizioni. Abbiamo lavorato per l’impresa vincitrice della gara di appalto (il cui proprietario, Diego Anemone, è oggi in carcere) ma senza avere più il controllo effettivo del progetto, che era entrato nella vertiginosa (10 mesi per bonificare un’area di 150.000 mq, realizzare 8 edifici e 2 chilometri di banchina) fase attuativa.
Progettavamo gli edifici della parte centrale dell’ex Arsenale militare (è bene ripeterlo: non abbiamo, non avevamo, nulla a che vedere con il progetto dell’ex Ospedale Militare). Eravamo in più di 30, solo a La Maddalena, a disegnare i dettagli e a cercare di controllare scelte di cantiere che spesso potevamo solo registrare sul CAD. Senza direzione lavori e coordinamento della progettazione, esclusi dal computo metrico (ci era permesso solo un supporto a quello architettonico) e facendo ogni volta uno sforzo gigantesco per imporre la nostra presenza quando i committenti venivano a visitare le opere. Ma oltre al desiderio di veder crescere in tempo reale quello che avevamo inventato poche settimane prima, avevamo anche altre ragioni per stare lì: per 10 mesi siamo stati una sorta di ufficio tecnico di appoggio per il Comune di La Maddalena e la Protezione Civile, pronti a rispondere a ogni esigenza di disegni, dati tecnici, esplorazioni progettuali.
Ma questa era soprattutto una nobile consolazione.

In questi anni, nel campo delle opere pubbliche in Italia, anche grazie a protocolli come quello dell’appalto integrato, si è consolidato un gioco perverso di scambio di prestazioni tra politica e architettura. Da un lato, l’architettura è stata chiamata a svolgere funzioni prettamente politiche: a partecipare fin dall’inizio alle strategie di concettualizzazione dell’opera, a preoccuparsi del coinvolgimento degli stakeholder, a considerare il consenso degli elettori come una variabile del progetto. D’altro canto la politica ha avocato a sé alcuni dei passaggi fondamentali del fare architettura : la scelta dei consulenti tecnici, la selezione delle imprese e soprattutto (nelle opere pubbliche) di chi svolge il coordinamento e la direzione dei lavori.
Da controllori implacabili del risultato finale di un progetto siamo diventati ispirati creatori di politiche pubbliche.  Dalla sfera minerale, la nostra competenza sembra essersi spostata a quella delle relazioni immateriali. La psicologia della committenza (lo studio attento delle idiosincrasie e dei segreti desideri di chi ci commissiona le opere) sembra aver sostituito la psicologia degli utenti, ovvero la capacità di controllare le emozioni, le reazioni e le esigenze di chi abiterà gli spazi che immaginiamo.

4. Contabile
A distinguere la fase dell’architettura di carta da quella dell’architettura di pietra, è la contabilità. Da un certo punto in poi le idee smettono di essere pagate a forfait e cominciano a costare parametricamente: un tanto moltiplicato per un numero. Per quel che mi riguarda, i conti del G8 a La Maddalena – sempre limitatamente ai progetti che abbiamo seguito (lotti 4 e 5) – hanno avuto due occasioni di contabilità. Nella prima, a conclusione della nostra consulenza al preliminare, abbiamo registrato dei costi che sono serviti per la gara di appalto integrato per le imprese inserite nella lista della Protezione Civile. Nella seconda, in occasione del computo metrico architettonico (a cui dovevamo dare solo un supporto di disegni e dati), abbiamo registrato  una somma sensibilmente più alta. Ma considerando gli imprevisti di cantiere e le inevitabili approssimazioni di un computo basato su un preliminare, erano cifre ragionevoli. A far sballare i conti ci avevano (già) pensato le “maggiorazioni” previste nell’appalto di gare: ben il 57% di aumenti dei compensi alle imprese dovute alle loro difficoltà a lavorare su tre turni, a lavorare su “un’isola di un’isola”, a “rispettare il crono programma”.

La maggiorazione è il contrario del ribasso; se il ribasso è un potenziale competitivo a disposizione del concorrente alla gara, la maggiorazione ha la potenza inappellabile di una pre-condizione. Garantisce in partenza una compensazione per imprese che si trovano in una condizione di emergenza.  Ma l’emergenza, in questo caso era opinabile, se non chiaramente ridicola. La maggiorazione era piuttosto un premio preventivo per la disponibilità a operare con urgenza. L’urgenza però era selettiva: a La Maddalena c’erano compensi “maggiorati” per le imprese, ma non per i progettisti; stipendi “maggiorati”, assolutamente eccessivi, per i tecnici dell’Unità di Missione e i direttori dei lavori, ma non per gli operai edili. L’urgenza maggiorata…beh, non era cosa per tutti…

5. Regista
Mi piace lavorare in gruppo, stando alla regia. Credo di saper scegliere molto bene chi lavora con me e valorizzare i talenti di chi scelgo. Credo anche di essere spesso disorganizzato, poco razionale e perfino a volte approssimativo, e forse proprio queste evidenti debolezze rendono accettabile a chi lavora con me una presenza altrimenti prevaricante.
Non ho nessun dubbio che il gruppo di architetti che ha lavorato con me sul G8 costituisca oggi una risorsa per l’architettura italiana. Sono giovani (media 30 anni), bravi, colti e motivati, adrenalinici quanto serve e riflessivi quando serve (cioè anche quando si è adrenalinici). Amano (come me) la politica non meno dell’architettura; e come me si illudono che si possa governare i fatti della politica controllando i fatti dell’architettura. Abbiamo vissuto insieme un periodo metereologicamente straordinario, su un’isola di un’isola, con venti che portavano giornate grigie e burrasche che portavano sole e luce; a contatto con le raffiche, i temporali, le illusorie schiarite e tutte le imprevedibili e spesso ridicole sfaccettature della politica italiana.  Sempre a contatto con le aspettative e le delusioni dei cittadini di la Maddalena. E ci siamo tutti drogati del vertiginoso intercedere di eventi che ci avvolgeva e ci ha lasciato sfiniti e senza più l’ossigeno dell’ansia, della sorpresa, delle scadenze impossibili, dei colpi di scena. Non ci siamo ancora ripresi.

Sappiamo, dovremmo sapere, che la vita di un’architettura inizia ben prima della nostra presenza di architetti, ben prima della fase dell’ideazione; inizia quando l’architettura viene decisa, finanziata, programmata da chi l’ha voluta e richiesta. Ma neppure questa consapevolezza ci aiuta ad accettare il fatto che – dopo quel periodo intenso, e i fin dei conti limitato nel tempo, che è il progetto – ad un certo punto dobbiamo necessariamente distaccarci dalla vita di una nostra architettura. Mollarla, accettare che viva senza più alcun legame con noi.
La verità è che, quando ci appassionano e arrivano ad essere costruite, queste cose di vetro, ferro, cemento riescono a catalizzare un’affettività incontrollabile; qualcosa che rende difficile anche solo l’idea di abbandonarle a sé stesse.

6. vittima
Sono stato vittima di me stesso, delle mie manie di grandezza, della scelta di coinvolgere 53 architetti (quasi tutti lavoravano con me per la prima volta) per fare al meglio un lavoro che forse avrei potuto fare (non meglio, ma bene) nel mio studio milanese con 15 fidati collaboratori. Ma quello che ho guadagnato in curiosità, relazioni, entusiasmo, l’ho perso in organizzazione e soprattutto in risorse economiche. Questo lavoro è stato un disastro finanziario. Ho già speso quasi tutto quello che ho guadagnato e oggi sono terrorizzato che l’impresa non mi fornisca il saldo finale. Dopo aver costruito in 10 mesi quello che di solito un architetto italiano costruisce in 15 anni, rischio in pochi mesi di chiudere uno studio professionale che ha 25 anni di vita. Non male come doppia accelerazione.

Ma per qualche giorno sono stato anche vittima delle aggressioni via web di colleghi, a volte ignoti. Che sull’onda dell’emotività mediatica percepiscono come un fastidio ogni pur necessario distinguo, ogni ragionamento che entra davvero nel merito di quanto è successo. Che soffrono il successo altrui e non sanno convertire la gelosia in competizione. Che sono arrivati fino a scrivere il falso, il falso on-line, pur di trascinarti dentro un giudizio di scarsa moralità. Che evidentemente non digeriscono che si possa fare buona architettura pur senza rinunciare alla passione politica e civile.
L’invidia che non si trasforma in un fertile spirito competitivo è un tarlo (auto)logorante.  Di cui l’architettura italiana ha oggi il primato.

7. Complice
Mi sono continuamente chiesto in questi giorni se sono stato complice di quanto è successo. Credo di esserlo stato, involontariamente. Ovviamente non c’è stato nulla di quanto ho visto o percepito che mi abbia fatto pensare agli accordi illegali e sottobanco di cui parlano le indagini in corso: tra imprese e committenti, tra rappresentanti dello Stato e privati appaltatori. Se avessimo avuto anche solo una prova di questi contatti, saremmo andati subito a denunciare la cosa alla Magistratura. Ma l’aver accettato un ruolo di fatto marginale dal punto di vista delle decisioni e nel periodo più importante del progetto, quello di realizzazione delle opere, mi ha di fatto impedito di rendermi conto direttamente di eventuali irregolarità, pur obbligandoci ad una presenza continua (anche se spesso mal tollerata) a latere del cantiere. Ho due giustificazioni: la nostra totale preoccupazione sui tempi (che è stata per mesi la vera ossessione quotidiana) e la presenza nel progetto, come garanti, dei rappresentanti delle più alte cariche dello Stato. Ma sono stato complice di una condizione di controllo ridotto; della presunzione di essere più forti di chi, controllandoci, ci teneva distanti dalle decisioni.

La Protezione Civile è un “esercito buono” di giovani donne e uomini; migliaia di volontari  appassionati e disponibili, con una disciplina austera ed affettiva. Ma a La Maddalena, dopo poche settimane, la Protezione Civile ha abdicato ad un ruolo che forse non avrebbe saputo nemmeno svolgere; al suo posto, al posto delle donne e degli uomini in maglietta blu sono arrivati con piglio di efficienza e rapidità i tecnici dell’”unità di missione per i 150 anni della Repubblica italiana”.  Questa è una verità ancora non detta.
A La Maddalena, gli architetti con cui collaboravo giravano con macchine scassate ed improbabili, e abitavano in gruppo in appartamenti del centro. I tecnici dell’Unità di Missione – in Rayban-  giravano con Audi e BMW e avevano affittato ville sulle coste dell’isola.  Fuori dagli uffici e dal cantiere era impossibile che i due gruppi si incontrassero, posti e relazioni erano diversi.  A volte le differenze comportamentali sono un limite alla comunicazione, a volte una difesa da relazioni pericolose. I dettagli, in una vicenda complessa, sono sempre micidiali.

8. Giornalista
In pochi mesi, da direttore di un periodico di settore, ho vissuto sulla mia pelle tre forme di conflitto tra cronaca e architettura.
In una prima fase, a vincere era stata la cronaca d’inchiesta. Prima e durante il cantiere, eravamo “secretati”, cioè obbligati al silenzio in seguito ad un’ordinanza del Governo Prodi. Eppure, nonostante noi non potessimo scrivere di quello che facevamo e vedevamo, siamo stati testimoni di un giornalismo di indagine che entrava con facilità nella cortina di protezione del G8 e del cantiere: si muoveva più agile e veloce di noi conquistando sul territorio informazioni che noi non potevamo avere; e le raccontava – da lontano – sui periodici di informazione politica. Mentre nessuno conosceva quello che stavamo facendo (non avremmo potuto, per fare un solo esempio, annunciare che le opere per il G8 a La Maddalena, già in Aprile erano quasi pronte, finite, disponibili), grazie a questa cronaca da investigazione abbiamo cominciato a capire che qualcosa non funzionava lì vicino a noi, nella regia dei lavori.
Finito il cantiere, in maggio, è iniziata una seconda fase, in cui a prendere il sopravvento è stata – finalmente – l’architettura realizzata. I quotidiani italiani e internazionali (dal Corriere della Sera alla Frankfurter Allgemeine Zeitung) hanno “scoperto” in ritardo che i risultati di un G8 mai svolto erano degni di attenzione. E subito dopo sono arrivate le riviste di settore (A+U, Icon, Mark, Lotus International), quasi a consolidare la fine della fase dell’attenzione evenemenziale della cronaca: finita l’attualità, ecco l’architettura .
Ma è durato poco: nelle ultime settimane è tornata, violenta e per molti versi liberatoria, la cronaca nella sua versione politico-giudiziaria. Qui a dettare il tempo erano e sono le intercettazioni: trascrizioni e voci fuori campo di conversazioni proiettati come sottotitoli sulle immagini delle nostre architetture.  Costrette, povere loro, a una nuova involontaria paternità.

Sono sempre stato attratto dal rapporto tra fatti di cronaca e architettura. Per quattro anni, ogni mese, nelle prime pagine di Domus ho pubblicato immagini di architetture celebri toccate –inconsapevolmente-  dalla cronaca. E mi sono più volte chiesto perché così spesso la cronaca sfiori le opere di architettura, cosa la attragga attorno a spazi e edifici che il codice della cultura considera “opere”. Se è il simbolismo dell’architettura che attira le vicende di cronaca, che vi trovano un contrappunto o un piedestallo mediatico. O se piuttosto è la prospettiva scelta dai giornalisti per registrare la cronaca ad includere – come un valore aggiunto nell’inquadratura, un tratto curioso – la presenza accidentale delle opere di architettura.
Sta di fatto che la nemesi ha voluto che la nostra più bella architettura diventasse il simbolo – sui giornali e le tv di tutto il mondo- di una brutta vicenda italiana di corruzione.
Mi consola pensare che c’è un senso in tutto questo. Pochi mesi fa (ben prima che questa vicenda giudiziaria venisse alla luce), scegliendo come copertina del libro “Effetto Maddalena” l’immagine di un elicottero dei carabinieri che vola sopra la Casa del Mare, avevamo già capito che la nostra architettura era destinata ad avere la cronaca quotidiana nel suo sangue.

9. Architetto
Le opere che abbiamo immaginato, sono state costruite. E, grazie anche alla nostra o
stinazione, sono esattamente quello che volevamo, dove lo volevamo.
Sono là, al posto di un ex arsenale militare abbandonato che fino a pochi mesi fa rappresentava una bomba ecologica e che è stato bonificato nei fondali e nelle banchine. Sono una risorsa formidabile per un’arcipelago che ogni giorno, da maggio a fine settembre, viene usato come solo vasca da bagno per migliaia di imbarcazioni lasciano soldi e contratti di locazione nei porticcioli senza città della costa Smeralda e nei cantieri di Olbia. Il polo nautico voluto da Renato Soru è oggi una realtà, anche se è ancora un guscio. La Vuitton Cup, con la vela sportiva, il turismo compatibile con l’ambiente, è la migliore delle inaugurazioni possibili, ma il destino delle strutture è ancora in parte incerto. Quello che abbiamo progettato è un porto mediterraneo, a contatto con una città vera anche se in difficoltà; un porto pubblico, nella sua gran parte aperto ai cittadini e ai visitatori, che può anche ospitare aree private e ad accesso controllato; un porto polivalente, che può dar lavoro a centinaia di giovani isolani.
Basta poco per compromettere quello che abbiamo fatto. Ma ce l’abbiamo fatta.

Strana professione la nostra. Abbiamo in mano le cose del mondo, ne controlliamo la costruzione, la trasformazione, perfino l’usura. E siamo spesso convinti che siano gli spazi che progettiamo e vediamo costruire a condizionare le scelte della politica, della cultura, dell’economia.  Eppure non c’è bellezza o efficienza di quel che costruiamo che giustifichi o legittimi – neppure retrospettivamente – comportamenti e scelte indegni come quelle che in questi giorni stiamo leggendo sui giornali.
L’implacabile, prepotente arroganza dell’architettura costruita – che punta sui tempi lunghi del suo successo – è poca cosa di fronte all’indignazione di un intero Paese.
Ma è tutto quello che ci resta e a cui, con un misto di dignità e di ironia, oggi ci aggrappiamo.
It is not always easy to develop general arguments through the use of introspection. This time, however, perhaps more than on other occasions – it is important that an effort is made to externalise these issues. And this process might also be of some use for others. Here, then, are some reflections that range from details to ideas about news, through memories and general considerations about the profession of the architect.

1. Witness
I think that I was, along with Guido Bertolaso (the Italian Civil Pritection Director), the only person to follow the La Maddalena story from the beginning to the end. We were there during the entire course of events, from my studio in the beginning right up to the time of the building itself, including the period when various political and juridical events altered the whole structure of events.

I was at the first meetings with Renato Soru (the Governor of Sardinia Region) and Guido Bertolaso (January 2008); those in Rome and in La Maddalena with its citizens and its Mayor. I was there when Angelo Balducci’s Mission Unit (Unità di Missione) arrived, when Romano Prodi’s government fell, when Silvio Berlusconi (July 2008) and President Napolitano came to visit the site. And then there was the moment when Berlusconi (in July 2008) started to suggest other possible sites for the summit, after work had already begun in La Maddalena, and when Soru (in December 2008) resigned as President of the Sardinian Regional Assembly (something which worried us greatly).

And again when Gianni Letta, Bertolaso and Berlusconi, a few days before the G8 summit was moved to Aquila (on the 21 April 2009), came to look at the building site as work was coming to an end. They were all smiles. It was reassuring. And I was there just after that, when we were most worried, and a sense of panic had taken over, when thought we wouldn’t even get paid and we were scared that the businesses involved would leave the project, and the building-sites would become a huge ecological disaster-area. And I remember the anger and shame of those La Maddalena residents who had not been supporters of Soru.

And I was also there during the final months of the project, with Bertolaso on his returned to the Island, after his successful effort to bring the Louis Vuitton Sailing Cup tournament to the ex-Arsenale (armoury) area (in September 2009) .

And, finally, I was around when a series of articles in La Repubblica newspaper criticised the poor state of the building sites (articles which were not a reflection of reality) and when the judicial enquiries began and our clients were arrested.

In the days which followed the decision to move the G8 to Aquila, as I was visiting the ex-Arsenale (armoury) in La Maddalena, a site which had been completed in double-quick time, I reflected about the public money which had been spent here and I wondered about the real reasons behind such an absurd decision (to move the G8 at the last minute to Aquila). An enormous sum was being wasted. There was no justification for this choice. In La Maddalena there had been no sense of lavishness which might have caused offence in a country which had been affected by the disaster of the earthquake. And in Aquila there was no need for a global platform to distract people from the ongoing tragedy in their daily lives. I began to wonder at that time what was behind this decision, whether the reasons were good or bad ones and if these reasons had been complicit in a decision which everyone went along with, far too easily.

2. Consultant
If I think about the way in which I worked from December 2007 up to today two moments come to mind. In the first period I was a consultant to Renato Soru and Guido Bertolaso in terms of the decisions needed to host the G8 at La Maddalena. The idea was to transform a brief, powerful and essentially useless event into something permanent and useful in the future for Sardinia and the archipelago. We wanted to develop the abandoned and polluted ex-military Arsenale site into a big multi-functional nautical centre, which would be able to host building sites, a convention centre, sailing schools and a hotel as well as shopping and exhibition areas. All this in an area with extraordinary seabeds that is also one of the most beautiful settings in the world. But first we needed to build, in a few short months, the area for the G8 itself, with all its tight and complicated security requirements and diplomatic protocols.

So we decided to imagine every building as if it had a double life: first they would function during the three crazy days of the G8 event itself. They would be prepared for a large-scale geo-political event as if they were dressed for a party, and then, with the cameras gone, with these clothes removed, a solid architectural structure would remain, which would last over time and have a precise set of activities and uses.

The buildings in La Maddalena, as with all architectural constructions, are also the product of the contradictions and the idiosyncratic choices which accompanied their creation. There is no doubt that the buildings we constructed reflected a kind of ‘extra’ effort, which was also an attempt to avoid the usual clichés linked to geo-politic and global events. We were trying to be anti-celebratory, we were looking to create minimalist spaces, with forms of non-muscular monumentality, and our work was inspired more by the context of the archipelago’s landscape than by the ceremonial aspects of the G8. In a way, we wanted to do something so extreme that our work also highlighted what we were trying not to do. Architecture is also made up of that which you want to avoid. You can not run from the enemy.

3. Planner
In the second phase, which started in July 2008, the work changed, as did the conditions under which it was carried out. We worked with the company who won the competition for the project (whose owner, Diego Anemone, was later arrested) but we lost control over the project, which entered its dizzy final building stage (with just ten months in which to clean up an area of 150,000 square metres, construct eight buildings and 2 kilometres of seafront).

We were working on the buildings in the central part of the ex-military Arsenale (and it is worth stressing one thing at this point: we never had anything to do with the project for the ex-military hospital). There were more than thirty of us in La Maddalena alone, putting together the details of the project and trying to check on building site decisions that, in many cases, we simply recorded on the cad. There was no central direction of the work or central coordination of the planning side, and we were also excluded from the metric calculations (we were only allowed to use this as a backup for the architectural side of things). Whenever the clients came to visit we would make an attempt to impose our presence and our ideas. But beyond the desire to see our work built in real time, we also had other reasons for being there: for ten months we formed a kind of technical support team for the La Maddalena council and the Civil Protection agency, and we were always willing to reply to questions linked to designs, technical data or planning ideas. But this role was in the end just a kind of dignified consolation prize.

In recent years, in terms of public works in Italy perverse forms of exchange mechanisms between politics and architecture have become the norm, in part thanks to protocols and rules such as those known as the appalto integrato (integrated contract). On the one hand architecture has been called upon to carry out activities of a political nature, such as the inclusion of stakeholders in planning decisions and outcomes: that is to see electoral consensus as part of the planning process. On the other hand the political system has taken over some crucial aspects of architectural work, such as the choice of technical consultants, the selection of businesses and above all (for public works) the selection of those who coordinate and organise projects and construction.

From people whose job was to check carefully on the final outcomes of projects, we have now become seen as inspirational creators of public politics. Our competence seems to have shifted from the mineral to the immaterial sphere. The psychology of the client (in terms of an attentive study of the idiosyncrasies and secret desires of those who commission projects) seems to have taken over from the psychology of the user, that is the capacity to understand the emotions, reactions and needs of those who will inhabit the spaces that we have visualized.

4. Accountant
It is accounting that distinguishes architecture on paper from built architecture. At a certain point ideas are no longer paid in theory and they start to cost real money, a sum multiplied by another sum. For me personally, the accounts linked to the G8 and La Maddalena – for the projects that we carried out (lots 4 and 5) had two phases linked to payments. In the first phase, after our preliminary role as consultants had passed, we laid out the costs which were required for the businesses in the list provided by the Civil Protection agency and for the integrated contract. In the second phase, for the architectural metric estimates (which we had to back up with designs and data) we recorded a much higher figure. But if we take into consideration the high levels of risk involved in the building process and the inevitable inaccuracies in an estimate based on preliminary consultation, these figures were reasonable. The costs had already risen considerably thanks to ‘extra costs’ which had been already provided for in the competition for the building works, with 57% extra added thanks to the problems of working in three shifts, on ‘an Island within an island’ and that of the necessity to ‘respect the timetable’.

Pre-decided extra costs are the opposite of voluntary decreases. If decreases have a competitive potential for those taking part in competitions, ‘extra costs’ are structural and become a pre-condition that cannot be change. They guarantee compensation in advance for businesses that find themselves in trouble, or are working in emergency conditions. But the idea of an emergency in this case was questionable, if not absolutely ridiculous. The ‘extra costs’ were in reality a prize in advance for the willingness to work quickly. But the speed of work was seen selectively. At La Maddalena there were extra payments for businesses, but not for the architects, and there were huge wages for the technicians on the Mission Unit and the directors of works, but not for the building workers. The ‘extra costs’ due to the speed and urgency involved in the work… well, they weren’t for everyone.

5. Director
I like working in a group, as a kind of director. I think I have the capacity to choose who will work with me and to understand their talents. I also think that I am often disorganized, I occasionally work irrationally and sometimes in a rough and ready way. And these clear weaknesses probably allow those who work with me to bear a presence that could otherwise be overbearing.

I have no doubt that the group of architects who worked with me on the G8 project will make an important contribution to the future of Italian architecture. They are young (about 30, on average), of high quality, cultured, hard working, energetic and also thoughtful when they need to be (that is, when they are at their most energetic). They are just as interested in politics as they are in architecture (as am I) and like me they think that they can influence politics through architecture.

We worked in extraordinary weather conditions, on an ‘Island within an Island’, with winds which led to grey and stormy days, and then days with bright sun and light, and we were always close to gusts of wind, thunderstorms, brief respites and flashes of sun. As with the weather, we were also exposed to unpredictable and often absurd changes brought about by the shifting nature of Italian politics. And then there were the aspirations and worries of the people of La Maddalena. And we became almost addicted to the dizzying sequence of events that carried us along and left us breathless and exhausted, anxious, surprised and always with impossible deadlines to meet and with surprises to deal with. We have still not recovered from that time.

We know. We should have known, that the life of architecture begins well before architects become involved, and well before the planning process begins. It starts when architecture is decided, financed and chosen by those who wanted and asked for it.

But not even this knowledge helped us to accept the fact that – once that intense but limited period linked to the design itself was over – we had to detach ourselves from the after life of our architectural creations, leave them behind, accept that they carry on existing without any further link to us.

The truth is that, when people work with passion on something which is then built, this structure made up of glass, metal and cement becomes part of our emotional existence in ways which are difficult to control, and which makes it hard to accept even the idea that that thing will have to be abandoned by you and left to its own devices.

6. Victim
I was a victim of myself, of my ambitions, of my decision to involve 53 architects on this project (nearly all of whom were working with me for the first time) in order to complete work that I could probably have done (not necessarily in a better way, but well enough) in my Milan studio with my 15 faithful collaborators. That which I gained in curiosity, relationships and enthusiasm I lost in terms of organisation and above all economically. This work has been a financial disaster. I have already spent everything I earned on it and I am now terrified by the thought that the businesses will not finish paying me. After having built in ten months that which an architect usually completes in 15 years, there is a risk that in a few months I will have to close my studio which has been open for 25 years. Not bad, is it, as a form of dual acceleration….

But I was also the victim, for a few days, of attacks from colleagues (some of whom remained anonymous). People were caught up in the media frenzy and were unwilling to make the necessary distinctions, or to discuss the actual facts linked to what had taken place. These same people cannot accept the possibility that you might be able to create good architecture without giving up on your political and civic passions. These people are jealous of the success of others, and have failed to use this jealousy to create a sense of healthy competition. They even wrote lies, on-line, in order to take the moral high ground. When jealousy does not become a way of stimulating healthy competition it becomes a self-defeating syndrome, something that is at its most powerful in the world of Italian architecture.

7. Accomplice
Recently I have asked myself time and again if I was in some way responsible for what happened. I think I was, involuntarily. Obviously I neither saw nor understood anything which made me suspect that there were illegal of secret agreements in place (those identified, it seems, by the ongoing judicial enquiries) – between clients and businesses, state representatives and private suppliers. If I had had any inkling of these forms of contact, I would have immediately abandoned the whole development. But my decision-making role was a marginal one and even at the most important point of the project, when the work was being constructed, my duties effectively prevented me from understanding what was happening, even when I was constantly close to or inside the building sites themselves (where it was often clear that I wasn’t welcome).

I have two explanations for this. First, we became obsessed with the question of deadlines (which for months was a daily fixation), and then there was the participation in the project, as a kind of guarantee, of representatives from the highest levels of the State. But I was also complicit in the situation of “reduced control” we found ourselves in in the sense that I was presumptuous in my belief that I would be able to prevail over those who were checking on us and keeping us distant from the decision-making processes.

The Civil Protection agency is a ‘good army’ made up of young men and women – thousands of passionate and willing volunteers, who work in a disciplined, austere and friendly fashion. But at La Maddalena, after a few weeks, the Civil Protection agency stopped performing its duties (and perhaps it could never have performed them). In place of the women and men in blue tops, a series of technicians from the ‘Mission to celebrate the 150 years of the Italian Republic’ turned up. Nobody has commented on or discussed this shift in personnel, before now.

In La Maddalena the architects who worked with me drove around in old and rusty cars, and roomed together in flats in the city. Meanwhile the technicians from the Mission Unit  – complete with their Raybans – drove Audis and BMWs and rented villas on the island’s coast. Outside of their offices these two groups rarely came into contact. Their locations and their relationship with each other, and with the island, were different. Sometimes, differences in behaviour is a limit to communication, sometimes they defend us from dangerous relationships. The details, in a complex story like this, are always crucial.

8. Journalist
Over a period of just a few months, as the editor of a specialist architectural periodical, I have experience three types of conflict between news and architecture.

At first, investigative journalism was the clear winner of this conflict. Before and during the building site phase, we were sworn to secrecy: we were obliged not to reveal anything about our work by an ordinance issued by the Prodi government. However, despite the fact that we could not write about that which we were doing and what we saw, we witnessed a form of investigative journalism that easily penetrated the boundaries of the G8 building site. These journalists were quicker and more alert than us, they discovered things that we did not know about and then they divulged and analysed this information – in political and news magazines. This was a time when nobody (in theory) knew what we were doing (to cite just one example, we could not have announced that the work for the G8 at La Maddalena had already almost reached completion in April, and were ready to be used) and it was only thanks to these forms of investigative journalism that we began to understand that something was going wrong very close to us, in the coordination of the work.

In May, when the building itself was finished, a second phase began. Finally, the question of the architecture itself began to take centre stage. Italian and international newspapers (from the Corriere della Sera to the Frankfurter Allemeine) ‘discovered’ (at quite a late stage) the results of a G8 which had not taken place but which seemed worth their attention. And then the specialised periodicals also made a contribution (A+U, Icon, Mark, Lotus International..), as if to underline the end of the ‘news’ phase. The news-related aspects were over, and so it was time to move onto the architecture.

But this second phase was very brief. In recent weeks the news-related aspects have come back, in a violent and in some ways liberating way – under the guise of political and judicial journalism. Here the phone tap transcripts have set the agenda – transcriptions and overheard conversations projected like subtitles under our architecture. Our buildings were forced into new and involuntary forms of ownership and authorship. Poor buildings.

I have always been fascinated by the relationship between news and architecture. For four years, every month, in the pages of Domus I published images from architecture that had been affected, often unknowingly, by news and events. And I have always asked myself why these two spheres come into contact so often and why news events are so common around spaces and buildings which cultural codes view as ‘architecture’

Is it the symbolism linked to architecture that attracts news events, who see them as a kind of counterpoint or a platform? Or do journalists choose them in order to tell stories and thus they include – as a way of adding something to the picture, some flavour, or some bizarre quirk – the accidental presence of architectural works?

Whatever the answer, it turned out that our architectural creations became a symbol (in newspapers and on the global media) of a negative instance of Italian corruption.

I can find consolation in the fact that all this has a meaning. A few months ago (well before the recent judicial enquiries shed light on this whole affair) when I chose for the cover of the book “Effetto Maddalena” (Stefano Boeri Architetti, Maddalena Effect. Rizzoli-Segesta, Milan 2009) the image of a police helicopter flying over the House on the Sea, I had understood, even then, that our architecture was destined to have news coverage in its very soul.

9. Architect
The works which we imagined have been built. And because we were stubborn, they are exactly how and where we wanted them to be. There they are, in place of an ex military armoury which until a few months ago was abandoned and a potential ecological disaster waiting to happen which has been cleaned up both along the shore and in the water itself.

They are now a formidable resource for an archipelago which every day, from May to September, is used as a kind of swimming pool for thousands of boats which currently spend their money and sign their rent contracts in the small port (which has no city linked to it) on the Emerald Coast or in the boat yards of Olbia.

The nautical centre which Renato Soru had envisaged is now a reality, even if it is still an empty shell. The Vuitton Cup with its sailing sports competition, which symbolised a form of environmentally sustainable tourism, It will be the best inauguration we could have hoped for, but the destiny of these buildings is still uncertain.

We have built a Mediterranean port, which is close to a real city (even if that place itself is undergoing something of a crisis), a public port, largely open to citizens and visitors, which can also host private events with more controlled access. It is a multi-functional port, which could provide work for hundreds of young island-residents.

It would be easy to ruin what we built. But we have built it.

Our profession is a strange one. We intervene in the real world, we control things in the real world, buildings, changes to them, and sometimes even their usury. And we often convince ourselves that the spaces we plan and see built are crucial in terms of politics, culture and economic decision-making.

But nothing – no sense of beauty or efficiency, not even in hindsight – can justify the behaviour and the shameful choices that have dominated the news in recent weeks. The relentless, powerful arrogance of built architecture, which concentrates on the long-term influence of its success  – is nothing compared to the anger of an entire country.

But it is all that we are left with and, with a mixture of dignity and irony, we are forced to hold onto this hope.

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